Alessandro Bassi e Andrea Friggeri

Alessandro Bassi e Andrea Friggeri, nati nel 1973, vivono a Reggio Emilia.

Scrivono insieme praticamente da sempre, e non hanno ancora capito perché.

Amano le donne, il cioccolato e il maiale, non necessariamente in quest’ordine.


Hanno pubblicato insieme tre romanzi, Nuèter Forever (Cabilaedizioni, 2007), Mi Fidavo Di Te (2010), e Quando Arbitro Fischia (Damster, 2013).
Alessandro Bassi ha pubblicato i saggi storici Il Football Dei Pionieri (Bradipolibri Editore, 2012) e "1915. Dal football alle trincee"
(Bradipolibri Editore, 2015)

Intervista per il quotidiano REPORTER del 20.04.2011
Appuntamento con i narratori reggiani

Alessandro Bassi e Andrea Friggeri, autori di Nuèter forever e di Mi fidavo di te. Entrambi classe 1973, reggiani “doc”, sostengono discrivere insieme da sempre aggiungendo però di non sapere perché. A questo punto la domanda è inevitabile: come nasce l’abbinamento Bassi-Friggeri?

Friggeri: Nasce nel lontano 1987, al liceo Aldo Moro. Lì abbiamo scoperto questa comune passione per la scrittura e iniziato da buoni amici a scambiarci racconti. L’amicizia letteraria è andata avanti parallelamente a quella umana per diversi anni fino a quando, nel 2002, ci è venuta la strana idea di mettere su carta una sorta di diario: è iniziato così Nuèter forever.

Due libri, due storie emblematiche: potreste riassumerle brevemente?

Friggeri: Nuèter forever è la storia di un gruppo di amici che condivide la frequentazione scolastica fino a quando, al termine del liceo, accade un evento tragico, intuibile già dalla prima pagina delromanzo. La narrazione percorre a ritroso il senso di colpa dei protagonisti, che rivivono questa esperienza senza mai esplicitarla fino a quando i nodi vengono al pettine e sulla base di quel fatto si sviluppano, dieci anni dopo, vari accadimenti, fino ad un epilogo sorprendente, molto drammatico.

Bassi:Invece Mi fidavo di te prende dei ragazzi più grandi, intorno ai 25 anni, e racconta la loro quotidianità fatta di scherzi, di amori, di sesso più parlato che altro, descrivendo tutto ciò che ruota intorno a un luogo simbolo, il Bar Milva, dove un gruppo di cinque amici, molto eterogeneo, vive e si evolve. La trama è forse più complessa rispetto a quella di Nuèter forever, con storie che si incrociano tra la goliardica Hdemia delle scienze erotiche, due vicende d’amore e un’indagine sulla proprietaria del bar – Milva appunto – svolta dal personaggio chiamato Lupo.

I due romanzi sembrano uniti da alcuni fili. Partiamo dal primo, dal tema generazionale: i giovani di Nuèter forever e di Mi fidavo di te conducono  un’esistenza normale, ma paiono condizionati da un “male di vivere” in cui la disillusione, la solitudine e l’insoddisfazione conduce la maggior parte di loro alla sconfitta. Se così è non si tratta di una visione un poco impietosa?

Bassi:Forse sì.

Friggeri: Soprattutto sono storie normali. Potremmo prendere il titolo del libro di Hanna Arendt, La banalità del male, e capovolgerlo parlando del male della banalità, perché è nella banalità, quindi nella normalità, che emerge il peggio, ossia l’infedeltà, la codardia, la noia. In questo humus fatto di  normalità borghese, senza accenti esasperati da un disagio di vivere dettato da situazioni sociali complesse, ci siamo chiesti come si muovono le compagnie di giovani, su cosa basano quel mito dell’amicizia intorno al quale poi si costruisce una mezza vita, e la risposta è stata: si basano su molto
poco, spesso su molto meno di quanto si vuol dare a vedere. Per questo credo che Mi fidavo di te, come Nuèter forever, abbia fatto arrabbiare molti lettori, perché è un romanzo disilluso, forse cattivo, ma anche onesto, scritto da chi non vuol vendere un mondo inesistente, da chi dice al lettore: questo è il mondo che ti racconto perché questo è il mondo che conosco.

Un altro legame fra le due opere è costituito dall’ambientazione e in particolare dal radicamento nella terra reggiana. Dietro alla corrispondenza tra luoghi narrati e luoghi reali c’è la scelta di dare maggiore veridicità a vicende e personaggi o esiste qualcosa di più, legato ad una riflessione sulla nostra identità?

Bassi: A noi serviva l’ambientazione reggiana per parlare di alcuni luoghi simbolo, ad esempio del Bar Milva di Mi fidavo di te, esistito davvero – in realtà con un nome diverso – e durato quattro o cinque anni, dagli anni Novanta fino al 2001. Lì anche la nostra amicizia ha avuto dei momenti importanti. Alla fine ci interessava raccontare del bar, era questa l’idea iniziale.

Friggeri: Un po’ come Eco, quando gli chiesero perché aveva scritto Il nome della rosa e lui rispose: “avevo voglia di uccidere un monaco”. Noi volevamo semplicemente parlare di quel bar e nel farlo ci siamo attenuti a una regola basilare per chi non è un narratore professionista: scrivere ciò che si conosce, guardare e descrivere una strada o un luogo in cui si è vissuti.

E veniamo all’ultimo aspetto, lo stile. Poiché la scrittura è un patrimonio individuale come la calligrafia, l’unità formale dei testi, che paiono messi sulla pagina da una sola persona, è una rara combinazione di affinità o il frutto di una impegnativa elaborazione? In definitiva, come nasce un libro a quattro mani?

Friggeri: Molti ci hanno fatto la stessa domanda, perché in effetti scrivere in due non è semplice. La risposta che possiamo dare parte da un presupposto: c’è bisogno di molto affiatamento. Il punto è che quando si scrive in due esiste una forte responsabilità dell’uno verso l’altro, per cui non si possono prendere libertà particolari. La prima fase di lavoro consiste in una pianificazione generale, per avere una visione chiara di dove si vuole arrivare e di quali sono i passaggi principali. Una volta definito lo scheletro, c’è una sorta di micropianificazione.

Bassi: In questa fase decidiamo i personaggi, i capitoli, e poi iniziamo a scrivere adottando a seconda dei casi varie tecniche: lui elabora una parte, io un’altra, oppure usiamo la cosiddetta tecnica del ping pong, io incomincio poi continua lui, andando avanti così, alternandoci. Spesso nei passaggi più delicati decidiamo di mettere sulla carta, ognuno per proprio conto, la medesima scena, mettendo insieme successivamente le due parti e scegliendo il meglio per una prima stesura, a cui ne seguono altre di affinamento. La cosa fondamentale è evitare che ci siano salti di stile, perché in effetti scriviamo in modi differenti, quindi alla fine aggiustiamo, aggiungiamo o togliamo per dare unità al testo. Insomma, diciamo che laviamo i panni in Crostolo…non è pulitissimo ma rende l’idea.

Per concludere, la domanda di rito in questa rubrica ispirata al Fahrenheit 451 di Bradbury: di fronte ad un ipotetico rogo quale libro d’autore classico o contemporaneo salvereste? Potete scegliere un’opera a testa; in questo caso non è necessaria la perfetta intesa che raggiungete nello scrivere.

Bassi:Nessun dubbio, Il deserto dei tartari di Buzzati, perché è la visione di una vita e di un modo di intenderla che l’autore ha disegnato in maniera eccezionale; parla di ognuno di noi, del nostro dramma esistenziale e del nostro destino.

Friggeri: Anch’io nessun dubbio, La storia infinita di Michael Ende. È un libro di grande profondità, l’ho letto tre volte scoprendo cose che non avevo intuito prima. Come tutti i grandi classici ha più livelli di lettura: dalla storia di avventura alla ricerca interiore, dal romanzo di formazione alla critica del nichilismo; c’è tutto e sono convinto che se continuassi a leggerlo troverei altri spunti, perché è davvero una storia infinita.

Giovanni Guidotti

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